Sciacallaggio degli animali vertebrati e velocità di decomposizione delle carcasse sepolte

Autori

  • F. Gabrielli Istituto di Medicina Legale di Parma, dipartimento di Medicina e Chirurgia, Università degli Studi di Parma
  • A. Rizzo Azienda Sanitaria Locale ASL Napoli 3 Sud, Nola
  • G. Caccia Labanof (Laboratorio di Antropologia e Odontologia Forense), Sezione di Medicina Legale, Università degli Studi di Milano
  • L. Mastrogiuseppe Dipartimento di Prevenzione, Unità di Veterinaria, ASREM Molise, Campobasso
  • V. Bugelli Istituto di Medicina Legale di Parma, dipartimento di Medicina e Chirurgia, Università degli Studi di Parma
  • C.P. Campobasso Dipartimento di Medicina Sperimentale, Università degli Studi della Campania Luigi Vanvitelli, Napoli
  • F. Porcelli Dipartimento Scienze del Suolo, della Pianta e degli Alimenti Sezione Entomologia e Zoologia, Università degli Studi Bari

Abstract

Introduzione

Una donna di 46 anni fu vista viva per l’ultima volta nel maggio 2011. Otto mesi dopo la scomparsa, i resti umani furono rinvenuti parzialmente sepolti in un’area boschiva dell’Italia centrale. Il corpo era sepolto in una fossa profonda pochi centimetri, il femore destro emergeva dalla superficie del terreno e l’estremità dell’arto era disarticolata e mancante. Il capo e gli arti erano scheletrizzati, mentre il tronco era ben conservato e mummificato. Gli insetti rinvenuti sul cadavere furono identificati come larve di Syrphidae e Stratiomyidae (tardive). Non furono rinvenuti Ditteri della prima ondata di colonizzazione, probabilmente a causa dell’effetto della sepoltura, che può impedire l’accesso diretto al cadavere. La causa del decesso fu individuata come asfissia da strangolamento e l’epoca della morte risultò compatibile un intervallo post-mortale (PMI) di diversi mesi dalla sepoltura. Fu imputato il fidanzato della vittima che nominò un consulente tecnico, il quale stimò il PMI in un paio di mesi, sostenendo che un corpo sepolto per tanto tempo in un ambiente boschivo sarebbe sempre inevitabilmente soggetto a sciacallaggio da parte di animali necrofagi quali cinghiali, lupi ecc. Di conseguenza, lo stato di conservazione del corpo fu ritenuto incompatibile con un PMI di otto mesi, ma compatibile con un intervallo molto più breve, per cui l’indagato aveva un alibi.

Materiali e metodi

Partendo da questo caso è stato ideato un esperimento sul campo con lo scopo di verificare il comportamento della macrofauna in presenza di cadaveri e se tale comportamento può contribuire alla stima dell’epoca di morte quando i metodi “convenzionali” risultano inadeguati. Sono stati utilizzati 21 cadaveri di animali (9 leporidi, 8 canidi, 4 suidi) morti di cause naturali ed esposti o inumati in diverse aree boschive e rurali del sud Italia, abitate da numerose specie di animali necrofagi (lupi, cinghiali, gatti selvatici ecc) ed in periodi stagionali differenti. I cadaveri, durante il periodo di studio, sono stati monitorati tramite l’apposizione di telecamere “time lapse” attivate dal movimento della fauna selvatica, per un periodo compreso tra 4 e 94 giorni. I dati registrati sono stati poi inseriti in un apposito foglio di calcolo elettronico ed elaborati secondo variabili prestabilite.

Risultati

Nel periodo di osservazione si è assistito ad una media di 101 passaggi della macrofauna, maggiormente nella prima settimana di indagine (33%), scesi poi nella seconda (10%) e terza settimana (8%) e nuovamente aumentati nella quarta (23%) e quinta settimana (26%). Il comportamento della macrofauna è stato suddiviso in quattro differenti possibili condotte: cadaveri non attrattivi per la macrofauna; cadaveri attenzionati dalla macrofauna; cadaveri attenzionati e scavati dalla macrofauna; cadaveri scavati e consumati dalla macrofauna. L'attrattività della macrofauna non ha mostrato rilevanti differenze tra le specie di cadaveri.

Nel periodo di studio sono stati consumati 4/9 leporidi, 3/8 canidi e 1/4 suidi, principalmente nella prima settimana di osservazione (4 specie), nella seconda (2 specie), nella quarta (1 specie) e nella quinta settimana (1 specie). Nella terza settimana e nelle ultime non si è verificato alcun comportamento di scavo e consumo. La maggior parte dei cadaveri consumati (6/8) era inumato, uno parzialmente esposto ed uno esposto. Nel periodo di osservazione, il comportamento animale ha mostrato una prevalenza del 48% di cadaveri animali “non attrattivi”, seguita dalla variabile “scavati e consumati” (38%), “attenzionati” (14%), e, in ultimo, “attenzionati e scavati” (0%).

Conclusione

In conclusione, i dati generati da questo studio contribuiscono a comprendere i comportamenti degli scavengers nei confronti dei cadaveri animali. Tra quelli prospettati, il prevalente è il disinteresse nei confronti dei resti in esame. L’interazione tra la macrofauna e i cadaveri animali attenzionati è stata piuttosto precoce, esclusivamente entro le prime cinque settimane di osservazione, con maggiore frequenza entro le prime due settimane.

Tale studio evidenzia le potenzialità dell’attività di scavenging quale informazione utile alla collocazione temporale dell’esposizione del cadavere. Tali risultati però da soli non raggiungono una robustezza tale da poter essere impiegati come fonte di prova forense. Tale obiettivo è raggiungibile solo a fronte di esperimenti ripetuti e standardizzati in diversi ambienti.

Pubblicato

2026-04-23